La biodegradazione marina è fondamentale per le plastiche del futuro

biodegradazione marina

La superficie terrestre è coperta per 360 700 000 chilometri quadrati dal mare e sul nostro pianeta abbiamo a disposizione 1.34 miliardi di chilometri cubici di acqua—può essere quindi piuttosto facile dimenticarsi che buttare qualunque tipo di rifiuto in questa (quasi) infinita distesa di acqua non sia esattamente una gran mossa.

Che si tratti di plastica, vetro o carta, ogni singolo rifiuto gettato in mare rischia di generare ripercussioni gigantesche sull’ecosistema marino, spesso in misura esponenzialmente superiore ad ogni nostra aspettativa. La plastica, in particolare, a causa della sua resistenza ai fattori ambientali presenti negli ecosistemi marini, mette in pericolo ogni anno una quantità incalcolabile di specie marine.

NOVAMONT ha pensato anche a questo. I prodotti in MATER-BI di terza generazione, infatti, sono basati su poliesteri biodegredabili derivati da oli vegetali efficienti anche in termini di biodegradazione marina.

Nei test, alcuni campioni di materiali plastici sono stati esposti a sedimenti marini recuperati da un’area litorale, e la biodegradazione viene seguita monitorando la mineralizzazione, ovvero la conversione del carbonio delle plastiche in diossido di carbonio. Questi test hanno dimostrato gli altissimi livelli di biodegradabilità del MATER-BI, con risultati soddisfacenti in meno di 1 anno—ciò non suggerisce, comunque, che i prodotti in MATER-BI debbano essere dispersi in mare. Il rischio ambientale causato dal rilascio di un oggetto in mare, infatti, è drasticamente abbassato dalla rapida biodegradabilità che riduce i tempi di presenza del materiale nell’ambiente.

Anche quando non si tratta di rispetto dell’ecosistema marino, la biodegradabilità gioca un ruolo fondamentale nel mantenimento di un oceano sicuro, come si legge nel rapporto MARLISCO sui rifiuti solidi in mare, “L’attrezzatura da pesca volontariamente abbandonata o accidentalmente persa può determinare anch’essa dei costi per le attività antropiche del luogo. Oltre ai costi legati alla sostituzione dell’attrezzatura che è andata smarrita, l’attrezzatura da pesca può provocare danni onerosi o irreparabili alle imbarcazioni: le reti da pesca possono avvolgersi, infatti, attorno alle eliche determinando spese per il soccorso nautico e per la riparazione dei danni subiti. Gli stessi danni possono essere arrecati anche da altre categorie di marine litter, quale il materiale plastico galleggiante. Questo tipo di danni possono essere molto pericolosi se avvengono durante una tempesta, impedendo il rientro in porto o provocando una collisione con un altro natante. Persino i sottomarini rischiano di essere bloccati da reti abbandonate che rendono difficili sia la navigazione che l’affioramento.”

In conclusione, la biodegradazione marina deve essere una delle caratteristiche fondamentali dei materiali plastici del futuro, non solamente in nome del rispetto dell’ambiente, ma anche per favorire lo sviluppo di un’educazione all’ecosostenibilità passiva, non legate a misure di “cura”, come riciclaggio e raccolta differenziata, ma a misure di prevenzione, come lo sviluppo di prodotti pensati per non interferire con gli equilibri ambientali.